Come spesso accade, se leggo un libro e subito dopo guardo il film ad esso ispirato, il libro l'ha vinta. Circa 9,99 volte su 10. E questa è una delle 9,99 volte in cui il libro l'ha vinta.
Espiazione (Atonement il titolo originale) è il primo romanzo di McEwan che mi capita di leggere. Ho cominciato a leggerlo in modo casuale, un'amica me l'ha prestato. Lì per lì, durante le prime 80 pagine, non capivo dove il romanzo volesse andare a parare. O meglio, lo capivo, si tratta di una storia d'amore, non sono così cieca. Quello che stupisce è la piega inaspettata che questa storia d'amore prende: un'impennata narrativa che coglie il lettore davvero impreparato, proprio quando comincia già a chiedersi se quella fila di parole stampate che sta leggendo lo porterà mai da qualche parte. Ed ecco, tutto si capovolge. E il romanzo concepisce in sé un altro romanzo, che non ci si aspettava potesse esistere. Che nasca da una parola, ossessivamente ripetuta, una parola di accusa. E che solo nelle parole potrà finire. Ovviamente vi lascio con queste frasi sibilline, altrimenti il libro non lo leggerete mai. E sarebbe un peccato.
L'unica osservazione che mi permetto di fare riguarda la tecnica narrativa: McEwan sfrutta in modo magistrale la diversità e la complessità che i vari punti di vista possono assumere, di fronte ad una stessa scena. La storia (nella trama, piuttosto consueta) non si limita ad una successione di eventi, per quanto avvincenti e coinvolgenti possano essere. La storia che racconta Espiazione non è altro che un pretesto per fotografare la nascita del processo creativo dello scrittore, dall'ispirazione alla parola "fine". Lo scrittore è il vero creatore della storia, che poi assume autonomia, si stacca da lui, diviene creatura incontrollabile. Ed infine, è restituita al suo creatore, o meglio, lui decide di riappropriarsene.
La cosa geniale, è che questo processo creativo non è spiegato in lunghissime e tecnicissime pagine di teoria della letteratura, ma semplicemente osservato in una storia. Che comincia nella calda estate del 1935, sul bordo di una fontana a Villa Tallis. Non vi dico altro.
Il film di Joe Wright (che peraltro mi era davvero piaciuto in Orgoglio e Pregiudizio) non riesce a vincere la sfida lanciata da questo romanzo. La reale spina dorsale delle pagine di Espiazione non sta nella storia, ma nel motore che la crea. Nel film, invece, questo motore scompare. Restano solo un'affascinante Keyra Knightley, un James McAvoy molto carino, ma un po' imbalsamato, una bella ambientazione, e personaggi secondari su cui la produzione avrebbe potuto risparmiare, dato che rendere le sfaccettature del carattere e della psicologia di ognuno, così ben delineate nelle pagine di McEwan (benché alcuni personaggi, anche lì, restino davvero fine a se stessi), sul set cinematografico è davvero un'impresa che supera le possibilità del regista e degli attori.
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