Per festeggiare un anno di attività A.S.I.MOV. organizza il concorso BUON A-ZINE. Il racconto più votato verrà pubblicato nel numero speciale dell'A-ZINE A.S.I.MOV. e distribuito in tutta Italia!
Ecco l'intervista ad A.S.I.MOV. dopo il Terzo raduno nazionale ad Agropoli (SA)
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Lun Ago 11, 2008 12:22 pm
Anche quella dannatissima domenica Achab scese alla spiaggia di Santa Maria.
Non perché avesse in mente di fare chissà che, in verità. Adorava semplicemente la sensazione della ghiaia ancora fresca di rugiada sotto i piedi scalzi, prima che il sole cominciasse a baciarla troppo appassionatamente. Amava l’odore di tannino, alghe e minio che emanava dalle chiglie dei gozzi addormentati sull’arenile.
Si perdeva nei loro colori, stinti e scrostati, e nelle loro forme, in tutte; dalle linee aggraziate di un lancia ricalcante una Whitehall newyorkese di quattordici piedi, al tozzo capodibanda squadrato delle barche da pesca ormai ammorbidite nell’aspetto dai decenni e dalle mani e mani di improbabile pittura passate su di esse.
Non era un bell’uomo Achab, o meglio, da ragazzo lo fu, ma ora, che andava per la cinquantina, aveva messo su un po’ di pancetta, il viso era segnato di sale e di sole, le mani solcate di cicatrici come il mare al rientro dei pescatori.
E poi quel nome, Achab… Suo padre aveva dovuto metterci della fantasia per appioppargli una simile maledizione! Da uomo religioso e avido lettore quale era, aveva pensato di unire, nel nome del figlio, tanto il biblico monito del malvagio re israelita, quanto la letale passione per il mare del capitano baleniere del romanzo di Melville, Moby Dick.
Tutti a Ponza, l’isola che aveva scelto come suo ultimo porto, lo chiamavano “o’pazz’”, “o’muto”, “a’ciminiè’”, per via della sua spiccata attitudine alla solitudine, al silenzio, e al fumo.
Nella vita aveva fatto di tutto: imbarcato su mercantili, rimorchiatori e imbarcazioni da diporto da ragazzo; poi a terra, parcheggiatore, tassinaro, gruista, e, infine, aveva trovato la sua pace in quel cantiere navale, su quella spiaggia, su quell’isola. Faceva di tutto ormai, saldava, faceva carena, invernaggi, impianti e stava pure imparando qualcosa di carpenteria.
Il suo nome era stato davvero una maledizione per lui.
“Nomen Omen”, dicevano i nostri padri…
Votato alla solitudine e all’ odio come il cacciatore del bianco capodoglio di Melville, esattamente come il biblico re Achab, si era fatto condizionare dalla moglie al punto da perdere, per lei, ogni passione, stimolo, interesse ed amico, fino a quando, ormai spento da anni, era gunto a un tardivo divorzio.
E ora, come il capitano Achab, si nutriva di mare, barche, pesca, rabbia, e solitudine.
Ogni domenica si alzava dal letto, e, con gli occhi ancora cisposi e il fiato pesante, si metteva addosso un paio di bermuda, le ciabatte, e usciva, afferrando dal suo humidor due Montecristo n. 4. E sì che i cubani erano l’unico vero vizio che gli era rimasto.
Un caffè al baretto sotto il portico, poi si toglieva le ciabatte e cominciava a galleggiare sulla rena bagnata, alla sinistra del cantiere.
Mozzava la testa al Monte, lo stringeva un po’ tra i denti e cominciava l’accensione, come un sacerdote che officiasse il più pagano dei riti.
Ad attenderlo, sulla battigia, legata alla bell’e meglio a un blocco di cemento affondato nella ghiaia, c’era lei, il suo “amore”, la chiamava…
Era la sua barca, un gozzo sorrentino a vela latina, tirato a nuovo, lucente di quelle misture di vernici che solo chi va davvero al risparmio può tollerare sulla sua imbarcazione.
Anche quella domenica Achab la slegò, come un cagnolino che vuole giocare, gettò le ciabatte sul pagliolato azzurrino e entrò in acqua.
Penetrare la superficie del mare, coi piedi, la mattina presto, romperne le lamine di sole che vi galleggiavano, e sentire il ghiaione sgranarsi sotto le piante dei piedi, come un rosario, per lui era come fare l’amore con una bella donna.
Le mani ferme sulla falchetta, un bel colpo di reni, e il “Gambadilegno” ondeggiava sul mare d’olio del mattino, sfiorando appena il fondo con chiglia e timone.
“Che cazzo di nome sta barca”-pensò, bestemmiando tutti i santi del calendario a fior di labbra. In effetti quando gliel’avevano regalata, malandata e in disarmo, e lesse il nome che campeggiava sul giardinetto di dritta, non potè non pensare, ancora un volta, alla maledizione del capitano Achab.
Ma ormai erano amici, diceva lui, e le parlava.
“Ciao amore mio, buongiorno”-o’pazz’ la salutò, poi o’muto si zittì e cominciò a invocare in cuor suo la madonna in una blasfema preghiera perché il 4 cavalli a gambo lungo non ne voleva sapere di ripartire. Infine, al primo borbottio del motore, a’ciminie’ unì al fumo acre di benzina e sale una profonda tirata di tabacco cubano. Puntò i murenai, sulla punta sud dell’isola, appena fuori della baia, mentre l’anfiteatro del porto li salutava con le sue facciate colorate, issò il picco, la randa in cotone rappezzata si stese al vento, e Achab spense il piccolo fuoribordo, alzandone il piede gocciolante fuori dall’acqua.
Regnava solo il mare ora, e il vento, e, mentre la sua mano teneva salda la barra del timone, tenera e forte come la carezza di un padre, iniziò a parlare, prima in un sommesso borbottìo, poi in un animato dialogo senza risposte.
“Come va stamattina tesò?...Eh lo so, ci hai sta disgraziata di pompa di sentina bruciata..Madonna quant acqua…. –e prese a sgottare come un forsennato- …poi, bisogna che te la dò una rinfrescata sotto i paglioli eh?...”.
Il “Gambadilegno” rispondeva solo con lo scricchiolìo del legno sulle onde, il gemito delle sartie sopravento e lo sbattacchiare del picco sull’albero.
“Sai –proseguì Achab- stanotte l’ho sognata di nuovo. Mannaggia non pensavo che dopo vent’ anni fosse ancora così bella…Bisogna che un giorno mi armi di coraggio e cominci a trovare il modo per sapere se, almeno, è ancora viva, e se sta bene…Oh porc…!”.
La barca, forse gelosa dell’argomento della nuova conversazione, stava puntando pericolosamente la costa.
Achab ricadde nel silenzio e timonò sapientemente il suo gozzo fino alla baia di Chiaia di Luna. Era bello lì a fine estate, nessuna barca, nessun rumore.
Virò all’improvviso, portando la prua al vento, lascò del tutto la scotta e gettò l'ancora, lì in mezzo, dove si vede lo scuro degli scogli e della posidonia in mezzo alla sabbia.
Voleva pescare, nelle intenzioni, ma, di fatto, era troppo stanco della settimana di lavoro al cantiere, e non stava neppure troppo bene.
Diede due stroppetti al picco contro la randa, avvolse la vela alla meno peggio, e si sdraiò sulla panchetta di voga, con le gambe a penzoloni nell’acqua che cominciava a ribollire per il vento, e con la palla di luce del sole nascosta dietro alle palpebre socchiuse.
Si addormentò Achab quella domenica, e non ci ha più saputo raccontare per quanto tempo. Il cantiere quella settimana avrebbe chiuso per ferie, e nessuno lo avrebbe mai cercato. Quando lo trovarono sulla spiaggia erano passati già quattro giorni ed era visibilmente provato nel fisico. Ma nessuno seppe mai, quantò dormì, e quanto, invece, rimase sulla spiaggia in delirio.
Chiuse gli occhi al sole quel giorno Achab, e cominciò a sognare.
Sognò di una casa, in cima a una collina, una casetta bianca, col portico, e la terrazza, con i campi impuntati di margherite e papaveri tutt’intorno. E, mentre percorreva il vialetto lastricato, vide una figura venirle incontro, col passo svelto, ma solo quando gli fu davvero vicina la riconobbe. Era lei, l’unica donna a cui aveva aperto la sua persona, vent’anni prima, Jennifer. Ma nei sogni, si sa, i nomi hanno poca importanza.
“Ciao che ci fai qui?” -lo apostrofò lei col suo usuale sorriso- “Non lo so amore, mi mancavi, e sono venuto a trovarti, ma se devo andarmene vado, stai tranquilla. Volevo solo vederti e sapere come stai”.
“Dio…”- sbottò lei, e le si rabbuiarono gli occhi.
“Scusami”- abbassò gli occhi Achab.
Già, perchè lui abbassava lo sguardo, ma mai la testa. Non fece in tempo a completare la bestemmia che stava componendo nella sua testa, che sentì le labbra di lei piovere sulle sue come la pioggia di un acquazzone estivo.
Vent’anni che non le sentiva, eppure il profumo era ancora quello, il calore sempre uguale.
Il loro bacio durò un tempo infinito, mi raccontò Achab in seguito. Poi Jennifer si scostò, lo guardò negli occhi dritta e dura come il marmo. -“Ora devi andare lo sai.”.
Achab lo abbiamo trovato finita la mareggiata del 13 ottobre di due anni fa, dopo quattro giorni di mare, sdraiato sulla spiaggia di Chiaia di Luna, a pochi metri dal “Gambadilegno” ridotti, entrambi, a brandelli. Lui disidratato, ferito, con una gamba fratturata e la febbre alta, lei, la barca, con un grosso squarcio sulla murata di dritta, l’albero spezzato, senza più timone e vela, rovesciata sul fianco e spazzata dai marosi in scaduta.
Io allora prestavo sevizio alla locale stazione di Capitaneria di Porto, lo abbiamo portato al Pronto Soccorso, dove lo hanno curato, ingessato e reidratato. Avevo il compito di stilare il Rapporto di Salvataggio, ma per un anno quasi, Achab non ha parlato.
Non ha più parlato, ma ha lavorato, giorno e notte, alla costruzione di un ketch di 17 metri, sulla spiaggia di Santa Maria. "E’ impazzito"- diceva la gente.
Gli hanno mandato assistenti sociali, Carabinieri, ci hanno mandato pure noi, a intimargli lo sgombero dell’arenile occupato abusivamente. Tutti abbiamo trovato un muro nel pazzo. Nessuno sa dove abbia trovato il denaro e le conoscenze per completare la costruzione di una barca così bella.
Sta di fatto che Achab la sua barca l’ha finita, l’ha chiamata “Jennifer”, e, il giorno del varo, il 14 giugno, ha invitato tutti al paese per festeggiare, e quel giorno ha parlato.
Eccome se ha parlato. Ci ha fatto un discorso, ha chiesto scusa per il disturbo che evidentemente aveva arrecato alla popolazione e alle forze dell’ordine. Per farsi perdonare ha offerto un pranzo a base di pesce a tutti nel ristorante a fianco al vecchio cantiere.
E’ durante il pranzo che ha raccontato, nel silenzioso sforchettare dei presenti, di quella domenica, e del suo sogno.
Alla sera, io ero sulla battigia a guardare i nuvoloni fondersi con le stelle all’orizzonte, stavo fumando una sigaretta, quando sentii la forza del suo sigaro e della sua mano sulle mie spalle.
“Capo, lei sta ancora aspettando quel Rapporto vero?”
Gli sorrisi e lui cominciò, fornendomi data, orari, condizioni meteo, rotte seguite, e stato dell’imbarcazione di quell’ormai lontano 13 ottobre. Finimmo, Rapporto, sigaretta e sigaro. Chiusi il fascicolo e lo guardai.
Si era allontanato, dandomi le spalle, lo sentivo piangere, vedevo le sue spalle scosse da una disperazione da bambino.
Quando si voltò, vidi che per la prima volta da quando stava a Ponza, l’acqua salata che gli rigava il volto non era mare, ma lacrime.
“Perché, Cristo, perché….perchè…perché…perché…” -ripeteva come un ossesso.
Si sedette ai miei piedi, e io rimasi in silenzio come solo uno stupido ufficiale di Guardia Costiera può fare.
“Vedi capo…questo che ti dico ora non servirà al vostro Rapporto, ma… quel giorno, nel sogno, dopo esserci baciati, Jennifer non mi ha cacciato via, non subito, mi ha preso la mano, mi ha invitato nella sua casa. E abbiamo fatto l’amore, ridendo, piangendo, con rabbia, con dolcezza… Cristo se abbiamo fatto l’amore, capo… per quattro giorni sai?”.
Senza dire più una parola si alzò e salì per la malferma scaletta che lo portò al timone della “Jennifer”. Mollò gli ormeggi e lo guardai sparire nelle stelle laggiù.
Sono passati sei mesi, e nessun porto, nessuna barca, nessuno, in tutto il Mediterraneo ha mai avuto notizia di un 17 metri chiamato “Jennifer”, né del suo comandante.
C’è chi dice che Achab sia morto in mare, chi dice sia finito su qualche spiaggia sperduta dell’Africa, chi dice che fosse miliardario e in realtà sia tornato alla sua agiata vita precedente.
A me piace immaginarlo ancora abbronzato, sbarbato però, pulito e profumato, col suo ketch abbandonato a dondolare in qualche porticciolo
Mi piace immaginarlo, per una volta, lontano dal mare, di cui porta la maledizione persino nel nome.
Lo vedo in una casetta bianca, in cima a una collina, tra margherite e papaveri, che si sveglia ancora la mattina presto, ma, prima di portare alla bocca il suo fetido sigaro, si china su di lei che dorme ancora, e la bacia sulla spalla.
“Ti amo, sangue mio”.
Ultima modifica di rumorerosa il Mar Ago 12, 2008 9:01 am, modificato 1 volta in totale
Pulizer_T Assiduo
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Località: Teramo,Abruzzo
Inviato:
Lun Ago 11, 2008 9:46 pm
E' un mini capolavoro. mi è piaciuta moltissima questa tua storia. Chissà perché l'ho sentita mia da subito.
Io sono Alessia ed è stato un vero piacere leggerti.
Davvero bravo, da Pulitzer...
_________________ trasforma i tuoi punti deboli in punti di forza
Fevarin Nuovo
Registrato: Dec 08, 2007
Messaggi: 30
Inviato:
Lun Ago 11, 2008 10:31 pm
Amo molto il mare...e quello che solchi tu dev'essere stupendo... Sempre amore e morte. Bellissimo e struggente...
Pensierivelati Grafomane
Registrato: Nov 23, 2007
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Località: Campania - (In provincia d'Avellino)
Inviato:
Mar Ago 12, 2008 11:47 pm
Fantastica storia!
Brava/o mi hai fatto ripiombare nell'atmosfera che mi ha tenuto compagnia durante la mia settimana di vacanza nell'isola...
un racconto architettato su di un nome a me tanto familiare ormai, "Achab" un personaggio che mi ha accompagnato tutto il lungo della mia vacanza e che qui continua a protarla attraverso questo tuo racconto fantasioso, simpatico quanto piacevole.
Colgo l'occasione per formularti il mio personale Benvenuta/o fra noi, spero che ci farai leggere ancora tanti altri tuoi racconti.
P.S. Se hai parteciptato al seminario "La voce narrante" mi piacerebbe conoscere il tuo nome. Grazie. Ciao a presto.
Anna alias Pensierivelati.
_________________ La felicità è come un battito d'ali, si ha giusto il tempo d'accorgersene...
Pensierivelati
Sym Grafomane
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Inviato:
Mer Ago 13, 2008 12:56 pm
una storia avvincente...concordo in pieno con Anna..
bisogna girare sto filme...ao..namooo...motore azione!!!
Gatsu...riemergi ..dai..su...
comunque a me piace tanto il finale :
A me piace immaginarlo ancora abbronzato, sbarbato però, pulito e profumato, col suo ketch abbandonato a dondolare in qualche porticciolo Lo vedo in una casetta bianca, in cima a una collina, tra margherite e papaveri, che si sveglia ancora la mattina presto, ma, prima di portare alla bocca il suo fetido sigaro, si china su di lei che dorme ancora, e la bacia sulla spalla.
“Ti amo, sangue mio”.
ecco questo sangue mio..è proprio bello da sentire.
_________________ Sabbia
In
Me
rumorerosa Affezionato
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Inviato:
Mer Ago 13, 2008 5:17 pm
sym..ho da confessarti una cosa... per sto film devi trovarti un bravo attore.
perchè io proprio non sò fotogenico
Sym Grafomane
Registrato: Nov 29, 2007
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Località: Conegliano Veneto (TV)
Inviato:
Mer Ago 13, 2008 5:39 pm
No problem...c'è BarbaGatsu che sembra un vero e proprio lupo di mare...
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