Per festeggiare un anno di attività A.S.I.MOV. organizza il concorso BUON A-ZINE. Il racconto più votato verrà pubblicato nel numero speciale dell'A-ZINE A.S.I.MOV. e distribuito in tutta Italia!
Ecco l'intervista ad A.S.I.MOV. dopo il Terzo raduno nazionale ad Agropoli (SA)
Quando mio fratello è morto io avevo diciassette anni. Lui ne aveva ventitre.
È morto con la moto. Era una moto bellissima e lo avevo invidiato con tutta la mia anima. Se l’era comprata con i primi soldi guadagnati mentre frequentava l’università. Aveva quasi finito gli esami e intanto lavorava nello studio di un architetto.
Lui lavorava, guadagnava, studiava e riusciva in tutto. Io ero stato già bocciato due volte e nemmeno i miei capelli erano uguali ai suoi, lui li aveva che le ragazze ci infilavano le mani dentro. I miei sembravano stecchini con le bandierine infilate in un melone.
Fu mio padre a dirmelo. Mentre mia madre urlava nell’altra stanza. Aveva gli occhi viola ma non gli usciva neanche una lacrima. Mi abbracciò e mi disse che Marcello aveva avuto un incidente e che non ce l’aveva fatta. In effetti era molto sul colpo, il casco si era addirittura spaccato a metà.
Fu una cosa strana. Fu strano perché la prima cosa che provai non fu dolore ma una specie di senso di rilassatezza. Sentivo le grida di mia madre, le braccia di mio padre che sembrava volesse stritolarmi e io che non soffrivo. Ricordo che pensai al letto, a dove avrei potuto spostarlo ora che ero solo. Mi vennero in mente i suoi dischi, quelli di cui era tanto geloso.
Provai a dire qualcosa, sapevo che avrei dovuto dire qualcosa ma non sapevo qual era la cosa giusta da dire. E rimasi lì, con le braccia lungo i fianchi, in balia del dolore che si era incollato per sempre sopra i muri di quella casa, tra le fessure dei pavimenti, tra i riflessi dei vetri, nei cigolii delle maniglie di porte che non avrebbero più fatto lo stesso rumore, che non si sarebbero più aperte nello stesso modo. Il dolore, quello che si appiccica come lenti a contatto. Le avevo viste negli occhi di mio padre e avevo paura di vedere la consistenza di quelle incollate in quelli di mia madre. Quelle lenti da cui avrebbero dovuto guardare il mondo per il resto della vita.
Poi pensai che era domenica. Mentre ero lì, ancora muto nella disperazione di quel posto. E mi venne in mente la canzone sparata sempre al massimo del volume quando mio fratello metteva su quel disco. Sunday Bloody Sunday si intitolava, raccontava di tutta un’altra cosa ma io ancora non lo sapevo e sul momento, pensai che mio fratello aveva fatto tutto talmente per bene che si era scelto anche la canzone per morire.
Fra le braccia di mio padre arrivai dove i rantoli di mia madre si arrotolavano intorno ad ogni oggetto della casa. E intorno alla mia gola, dove la paura di affrontarla si era incastrata cominciando ad impedirmi di respirare.
Avrei voluto divincolarmi e scappare via, per tornare quando tutto fosse finito.
Ma sapevo che non sarebbe finito mai.
Quando mia madre mi vide urlò, se possibile, ancora più forte e mi si buttò al collo facendomi quasi cadere. Io ero lì, con una specie strana di rabbia che non riusciva ad andarsene. Avrei voluto urlare che ora rimanevo solo io, quello per cui i professori chiamavano preoccupati, quello che non sarebbe andato all’università e che forse non sarebbe arrivato nemmeno al diploma. Che non li avrebbe resi felici festeggiando i risultati raggiunti. L’altro insomma.
Certo, non posso mica dire che nessuno mi avesse mai detto qualcosa del genere. Ma certe cose si sentono, ti si concimano dentro fin quando sbocciano.
E quel giorno io l’ho capito, dottore. Ho capito che i miei genitori avrebbero sofferto troppo. Per sempre.
E io sarei restato per sempre quello rimasto, il peggiore rimasto. Non sarei mai stato in grado di alleviare il loro dolore. Ecco perché l’ho fatto. Voi mi avete rinchiuso qui come se fossi pazzo. Ma non lo sono. Ci ho pensato quattro anni prima di decidermi. Quando sono stato sicuro che il loro dolore non sarebbe passato mai più, l’ho fatto. Quando li ho uccisi, nei loro occhi c’era gratitudine. Già, la prima cosa fatta da me che li faceva veramente star bene.
Capisce dottore? Voi mi avete rinchiuso qui.
Ma non sono pazzo.
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Questo racconto è in gara per il concorso A-Zine n° 5 di Novembre 2008.
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Luisa Sanfelice
No, no perdono… non voglio morire subito. No no, vi prego, vi scongiuro, concedetemi la grazia, la grazia per me....tengo paura di morire, no, non legatemi le mani, no, le mani, no, dietro la schiena, no... lasciatemi andare, voglio vivere ancora, voglio mamma mia, voglio i miei figli, sento freddo, sento freddo assai… no la mia testa, no, no, fatemi vivere, ancora un’ora, mezz’ora sola. Mezzora, mezzora sola.
Madonna mia, Madonna del Carmine, aiutatemi voi, io volevo la pace, la libertà, io ho creduto all’amore.
È Andrea che mi ha trascinato qui, Andrea, Andrea Sanfelice, ca pe’ se fa bello cu ‘o rre, m’ha purtato a murì, a me, alla madre dei suoi figli, a sua moglie, alla giacobina, alla madre della Patria! E che faccio paura io? Sono una criminale, io? No, la morte, no, per carità, no la mia testa, no, non me la dovete tagliare, no... così non può essere, non ho ucciso nessuno io, no.
Sono una donna sola, sono sempre stata una donna sola... io sono una come le altre. Tutte erano come a me... la Francia ci aveva cambiate a tutte quante... a libertà...
Uè aiutatemi! Perché devo morire?
Ma non può essere, non può essere vero….Né? Né, ma che vi piglia? Ma voi capite o no che sta succedendo a una come a voi? A una povera femmina disgraziata, non mi potete fare scannare! Uè aiutatemi!
Io muoio perché sono una donna nuova, una donna che non appartiene al passato, che muore per non aver rispettato la morale di un passato che non c’era più.
Muoio per aver salvato Napoli da morte e incendi... Napoli, Napoli mia, la gente mia... gli amici miei...
Qua tutti erano cambiati, tutti s’erano impazziti, tutti s’erano rivoltati contro ‘o Rre e mò perché io, io devo morire? Io?
Vi chiedo solo un poco di rispetto per me e per la vita mia. Ho fatto tutto ciò che potevo e ho sopportato troppe cose, ho subito tutte le umiliazioni, tutte io, quelle più schifose e sono arrivata qua… a morire scannata.
È il re che mi vuole morta…è lui che ha avuto il mio corpo promettendomi la vita, lui vuole la mia testa. Lui che mi ha umiliata, che mi ha trattata come l’ultima delle cagne.
Sono sola, perché ho sempre avuto un bisogno di amare, io ho creduto agli amici, agli uomini! A tutti quelli che mi hanno lasciato. Borbonici… Giacobini…qua non si capiva niente…
Io muoio per sta grazia mia, sta dolcezza mia, perché ho amato, sì, e sono stata amata, è un crimine questo?.. ditemelo, è un crimine?
Qua tutti hanno deciso a nome mio, che fossi una puttana, una martire. Ditemelo che non m’ avite lassato niente, neanche i figli miei, e io quello, solo quello volevo... li volevo tenere tra le mie braccia.
Io che eroina sono? Della disperazione, Eh?
No! Io sono Luisa Sanfelice: l’eroina della disgrazia…
Noo! Questo mi ammazzaaa!
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Parole vissute
(monologo)
Sono la mia ossessione.
Il mio piacere sublime.
Vorrei distenderle su questo letto di carta, poterle contemplare, compiaciuto, e offrire le loro sinuose forme alla vostra avida vista.
Ma non posso, non ancora, perché non potrei far altro, ora, che azzannare queste creature imprimendo loro il mio proprio stupido senso, insudiciandone così la loro propria bellezza.
Riuscissi ad immergere vita nello spazio di una frase, riuscissi io a comporre sequenze di sensazioni e immagini tali da farvi esclamare: “Poesia!”
Dilatare gli spazi di un periodo dipingendolo con tonalità emotive sempre diverse…
Oh, potrei chiudere gli occhi e sospirare, ebbro di piacere, poiché sarei giunto laddove l’esistenza avrebbe voluto portarmi: la vetta più alta!
Dicono che tutto quello che mi occorre sia qui, dentro di me, ma mentono: io non basto!
Altrimenti non sentirei straziarmi l’anima nel tentativo di –dire-.
Quello che mi manca, in realtà, è lo sguardo.
Quel modo di guardare alle cose, agli eventi, che le spoglia dalle croste delle consuetudini ed afferrare così il loro senso inedito.
Senso che nessuna descrizione o attribuzione abbia mai raggiunto né toccato.
INESPLORATO.
Ed ecco che esplode il dilemma: il senso è nell’oggetto in sé o è nella parola che glielo attribuisce?
Ma non è questo il punto.
Non posso ascoltarvi, parole, se non dalle labbra della vita.
Per scrivere “piacere” dovrei sentirlo su questa pelle che urla, muta, dovrei respirarle addosso per restituirvi poi, il suo suono colmo: p i a c e r e )))))
Non chiedermi, scrittura, parole che non ho, perché non posso definirti sentimenti che mi hanno
escluso dalla loro esistenza.
Scrivere racconti?
Non per me il banchetto di tale voluttà, e pretendere di parteciparvi sarebbe come vestire i panni del mendicante. Patetico!
Le parole mi muoiono in gola prima ancora di diventare forme, immagini e suoni da offrire.
Intrappolate nei lacci della banalità, bloccate sulla soglia oltre la quale voi, parole, divenite strumenti di libertà e meraviglia.
Così mi accascio, mortificato, in un vuoto che non è silenzio.
Perché il silenzio sarebbe già musica.
E pace.
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Dom Nov 09, 2008 4:39 pm
Risparmiatempo
All’uscita dal supermercato non resisto, prima di varcare le porte scorrevoli afferro un “Risparmiatempo” e lo infilo veloce nello zainetto.
Rimango immobile con le ginocchia di pietra e a stento alzo gli occhi per guardarmi intorno. Nessuno sembra accorgersi di me. L’intero branco di piraña è a caccia di cibo e, ottuso come sa esserlo un branco, scarta repentino da una parte all’altra dell’acquario dove avverte la presenza di offerte speciali tra gli scaffali.
A casa mi tolgo le scarpe e la gonna, in mutande mi siedo sul bordo del letto. Afferro per il manico il “Risparmiatempo”, lo accendo, e lo punto direttamente alla mia fronte.
Il piccolo monitor da verde pallido si sta accendendo di una luce rosa polverosa.
Sta per succedere! Sì, lo scanner ha letto qualcosa!
Solo per una frazione minutissima di secondi vedo nel monitor i miei occhi e la fronte che si avvicinano.
Punto il lettore ottico sulla mia mano sinistra e poi lo guardo: lattiginosa, quasi surreale, la mia mano è appoggiata al volante mentre guido. Solo un attimo.
Mi alzo e aggirandomi per la stanza lo punto verso la porta, lo guardo: io che entro nella stanza.
Contro la finestra chiusa: la tenda scorre di lato.
Stupefacente! Me lo avevano detto.
Mi rivesto ed esco, lo spazio dentro casa è troppo stretto.
Le pozzanghere sull’asfalto riflettono una luna lavata di fresco. Passa qualcuno.
Con lo zaino a tracolla controllo che nessuno sia a vedermi estrarre il “Risparmiatempo”. Lo punto contro una finestra al primo piano. Poi lo guardo e vedo la tapparella che si alza e la tenda viene mossa da qualcuno in quella casa.
Provo più avanti nei giardinetti, rivolta ad una panchina nascosta da un’alta siepe di bosso: lui è giovane e magrissimo, lei pare una bambina e gli siede sulle ginocchia. Hanno l’aria annoiata, ma sul monitor l’immagine dei due si spegne troppo in fretta.
Allora riprovo e punto l’apparecchio di nuovo contro la panchina nel buio. Niente.
Come se avesse prosciugato l’unica immagine che la panchina era in grado di trasmettere il “Risparmiatempo”, lì in quel punto esatto, non legge più niente.
Come se nello scannerizzare il posto dove viene puntato, ne cancelli l’unica traccia visiva che latente attende di essere letta per un’ultima volta.
Provo ancora. Scendo le scale del metrò e oltrepasso la barriera.
Nella galleria il vento caldo trasuda vita vissuta e me la schiaffa tutta in faccia.
A bordo mi vado a sedere su un sedile sozzo di tanta amarezza.
Neppure mi sono preoccupata di dove andare, è una notte speciale; sarà lei a condurmi.
Scendo in zona Riga e già nelle gallerie d’uscita mi pento della scelta: la luce fastidiosa si spalma su ogni cosa e un barbone ne cerca riparo cucciato sotto lo stipite di una porta di sicurezza. I miei passi rimbombano dal pavimento alla volta. Quasi con sollievo entro in un tunnel bigio, dove la luce è risucchiata dal fondo buio.
D’istinto punto il monitor alla parete di piastrelline bianche, cariate in più punti dalla muffa nera.
Sul piccolo schermo appare una ragazza di spalle, nell’atto di voltare la testa contro la parete. Per una manciata di decimi di secondo vedo un unico suo occhio: un bottone nero che affoga dilatato in un lago di terrore.
Raggelata punto inutilmente il “Risparmiatempo” ancora contro le piastrelle sdentate, ma niente.
Incomincio a capire: troppo, sarebbe troppo rivedere la verità una seconda volta.
Invece, prosciugata l’immagine, la realtà appare ora purificata.
Ma certo! Pulire, nettare è il vero scopo di questo apparecchio.
Cancella e ripristina, cancella e dimentica.
Afferro il “Risparmiatempo” e lo punto nella mia bocca spalancata, pozzo delle mie interiora pensanti. Col pollice faccio scattare l’interruttore: cancello e dimentico.
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