Per festeggiare un anno di attività A.S.I.MOV. organizza il concorso BUON A-ZINE. Il racconto più votato verrà pubblicato nel numero speciale dell'A-ZINE A.S.I.MOV. e distribuito in tutta Italia!
Ecco l'intervista ad A.S.I.MOV. dopo il Terzo raduno nazionale ad Agropoli (SA)
Che freddo avevo stamattina, Ale. Solo tu puoi capirmi. Sono andata in cucina e ho guardato fuori, attraverso la porta a vetri. Pongo scodinzolava. Sa bene come lo tratto, io. Altro che la stronza.
Ho guardato sulla tavola. Stamattina sopra c’era un settantadue, nel vasetto bianco e verde. E poi un ottantadue, nel bicchiere, con un po’ di caffè.
Ho chiuso gli occhi. Vedevo solo il quaranta. Nero, sullo sfondo rosso.
Tu sai come sono. Appena sveglia sono sempre incazzata. Il signor ottantadue e il suo amichetto settantadue sono volati nel cesso. Dura come il marmo, Ale!
Già che ero in bagno, l’ho fatto, Ale.
Quarantaquattro. Merda. Ma tu come hai fatto a scendere?
Mia madre era uscita. Oggi polpette, Ale. Mi ci gioco quello che vuoi. Come faccio? Saranno ottocento, se va bene.
Sono tornata in camera. Ho messo il riscaldamento a palla. Mi sono ranicchiata vicino al termosifone, sotto la coperta e con il phon acceso al massimo. L’ho inventato io, questo sistema contro il freddo. Che ne dici, Ale?
Ho acceso la tele. A quell’ora non c’è niente, solo cartoni e pubblicità. Però mi c’era quel programma sulla collezione primavera-estate. Che cazzo, Ale. Ma le hai viste?
Ho dovuto cambiare canale. E lì dolci, cioccolata! Lo stomaco mi stava facendo male.
Ma capita anche a te, Ale? Non credo. A te no. Non ti viene mai in mente di andare in cucina. Dovrei bere un cucchiaio di aceto, come fai tu, per farmi passare questa voglia.
Anzi. Mi prendo un lassativo. Ecco, ottima idea, ho pensato. L’ho comprati l’altro ieri, ne dovrei avere ancora. Mi fanno un po’ male alla pancia, ma almeno non penso ad altro.
Niente. L’ho finiti.
Quaranta.
A un certo punto mi sono svegliata. Sai quando ti guardi in giro e dici dove sono? Mi girava la testa. Che cazzo ci faccio in cucina, mi sono chiesta.
Mi sono guardata le dita. Poi sul tavolo. Ale, se mi avessero dato una coltellata, non avrebbero trovato neanche un po’ di sangue.
Davanti a me c’è solo il barattolo di nutella, vuoto.
Ale! Ma hai visto che cazzo ho fatto? Ale, mi devi aiutare, non ce la posso fare da sola! Sei o no la mia socia?
Sono corsa in bagno e mi sono infilata lo spazzolino in gola. Quella merda alla nocciola non mi avrà, ho pensato.
L’ho vista la chiazza rossastra. All’inizio mi faceva paura. Adesso so bene che è buon segno. Significa che è uscito tutto. Pensa che prima che tu me lo spiegassi mi sembrava la buccia di una mela. Ma sarò scema o no?
Poi quando vomito mi sento bene. Mi sento come Dio. Ho il controllo. Decido io.
Mi sono rimessa sotto la coperta con il phon. Mi sentivo stanca, Ale. Mi sono appisolata.
A un certo punto, la voce della troia mi ha svegliato. Indovina un po’? Mi ha comprato le polpette!
Vaffanculo. Tanto anche queste se le mangia Pongo.
Ma come facevi tu a metterti nuda davanti allo specchio e a mangiare lentamente? Non avevi freddo?
Chissà se quando una muore sente questo freddo.
Ma che mi viene da pensare! Tra qualche giorno starò benissimo. Sarò bellissima! Anzi, ora mi alzo e vado a correre. Almeno un ora. Mi copro per bene e mi faccio cinque volte il giro del parco. Milleduecento. Milleduecento calorie in meno. Poi oggi pomeriggio ti vengo a trovare.
Quella troia mi ha nascosto la tuta. Dice che la devo smettere di andare al parco tutti i giorni, che è pericoloso.
Che bello infilarsi i pantaloni senza doverli sbottonare, Ale, avevi proprio ragione. Poi oggi pomeriggio ti vengo a trovare. Vengo a vedere come fai a non mangiare, con tutti quei dottori intorno. Solo io lo so cosa ti serve, Ale. Ma perché non ci lasciano in pace?
Quaranta chili. Taglia trentotto. Ancora qualche giorno, Ale.
N.B Questo racconto è di proprietà del leggittimo autore, pubblicato in questo forum in licenza creative commons.
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THE’ FREDDO ?
TESTIMONIAL : LOREDANA BERTE’ E ALDA DEUSANIO
ALDA : “ Maro’, che caldo!
Sembra di stare a Marrakkech!
Sono tutta un fuoco...
Se va avanti così
mi si squaglia la tinta!”
LOREDANA : (Prestandole il ventaglio col topolino)
“ Tieni! Usa questo! ”
ALDA : “ E’ che ci vorrebbe qualcosa di fresco…”
LOREDANA : “ Vuoi la mia granatina ? ”
ALDA: “ No, grazie, qua ci vuole un Thè freddo! “
AL CHIOSCO :
LOREDANA “ Senta, buon uomo, sia gentile...
la signora qua sta andando a fuoco…
Che,c’ha per caso un the freddo?
Quelli con la cannuccia!
Hai capitoli no, quali ?
Eh!
Quelli!
Due cannucce: a me quella rosa!
Grazie! ”
ALDA” Scusi sa..
è che la frequenza delle vampate di una donna in menopausa è proporzionale solamente alla volte in cui Loredana sventola il suo Topolino!””
IL BARMAN : “ Ecco qua, Signò! Tenga! Ricominci da qui!”
IN STUDIO :
ALDA : “Ha ragione la Ventura,
in questo studio fa così caldo che si possono tranquillamente allevare i pitoni!”
LOREDANA : “Certo che anche la Rai… proprio sull’aria condizionata doveva risparmiare !”
ALDA : “E che tte devo dì, avranno paura di prendere la Legionella!”
LOREDANA ; “ Beh anche se si prendono la Salmonella…
gli attacchi una bella flebo di Thé e vedrai poi che pelle!!!
C’è il Thè alla pesca effetto Matt
e c’è quello al limone effetto LIFTIN..”
(Facendo ironicamente segno di infermità mentale con la mano sulla tempia)
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Ti porto a casa
Qualche giorno fa dal parrucchiere, attraverso la porta inondata dal sole, entra una visione: Adone.
Le braccia compatte di un bel color rame coperte da una sottile peluria d’oro fino. La criniera liscia e bionda col ciuffo sulla fronte e sui begli occhi. Luci, astri di un celeste ammaliatore screziati di topazio e di zaffiro.
Adone, Adone è la parola.
Io stavo con la bocca spalancata a yogurtiera. Mi sarei fatta in quel preciso momento, crogiuolo di non so quale fermento.
La mia immagine riflessa stava davanti alla sua. Bruttotta e, dura a dirsi, vecchia.
Arriva Adone, mi s’inginocchia ai piedi porgendomi un minuscolo foglietto ripiegato.
«Cos’è?» mi barrico io in malo modo.
«Mi chiamerai?»
«Io?!» sempre più goffa.
«Sei bellissima»
«Quanti anni hai?» dice la nonna Abelarda che abita il mio corpo.
«Che t’importa l’età – mi accarezza un ginocchio – ci piacciamo.»
Meglio se chiaccheriamo.
Evito ricercatezze, solo qua e là, parole come “antropomorfe”, oppure “allocuzione”.
Si capisce che non capisce: non si espone, glissa e continua a sorridere, placido nella sua bellezza.
Il carino indifferente delle signore incuriosite continua a fissarmi piegando di lato quella sua faccia deliziosa da bambolotto, da biscottino, da ciliegina sulla panna, tutto da portarselo a nanna.
Morbido, caldo e incoraggiante. Non mi sento per niente a mio agio.
«Mi dai un bacio?»
«Ma che dici?! Potrei essere tua madre!» prorompo banale, troppo scadente.
«Perché non mi guardi negli occhi? Ti ho detto di guardarmi negli occhi – Dio mio ero lì solo per una tinta! – Ti pare che l’età conti qualcosa?»
Mi riprendo: «Certo che conta! Adesso vado!» Risoluta pago, saluto e mi precipito fuori.
Adone non molla: «Mi porti a casa?»
«Non hai la macchina?»
«Non a casa mia, a casa tua!»
Questo è troppo, per chi mi ha preso? E i miei casini? Cosa faccio? Vado a casa e dico ai figli: ragazzi vi ho portato un nuovo fratellino?
Finalmente mi allontano. Spalanco il finestrino. Aria! Aria fresca, altro che baci! Aria!
Oggi sono andata al corso di francese. Il vecchietto, sulla porta:
«Bonjour Madame!»
«Bonjour Monsieur! Excuse mois, ho un appuntamento con sua moglie»
«Non vado bene io? Deve sapere che sono anche un esperto micologo! – così dicendo mi spinge in un minuscolo studiolo ingombro di libri – Guardi!»
Alla parete il solito cartellone: i funghi buoni contro i funghi cattivi. Ma sulla scrivania non posso fare a meno di notare: “Latino, lingua viva” il mio libro di latino preferito. È dalle medie che lo conservo gelosamente.
«Non è che per caso, è un insegnante anche lei?»
«Ma certo! Io sono professore d’italiano, storia e filosofia»
Capperi sottaceti e cipollotti!
Tutta ringalluzzita:
« Tibi gaudeo libenter» gli dico.
Lui mi guarda dubbioso. Affondo lo stiletto: «È libenter che mi rende perplessa…»
Il poveretto si riprende in fretta: «Vuol dire con piacere. Lei ama il latino? Io di più la filosofia».
Non cedo proprio adesso mio Bellosso. Massaggiarmi il cervelletto è per me un narcotico, un veleno, una malattia.
Malata d’ignoranza: il male più sottile. Con l’ignoranza bella e sporca, nel vorticar delle parole, danzo ubriaca. Da un lato Asineria e dall’altro Imprudenza.
Allora insisto: «Conosce Karl Popper?»
«Certo! – esclama Geronto che ormai brilla di luce propria – io ho insegnato l’epistemologia di Popper. Mi piace essere concreto e la filosofia va contestualizzata col mondo che viviamo. I ragazzi amano Freud, Nietzsche – io aggiungo Kant – no Kant meno…»
Abbiamo continuato così per un bel pezzo. Felici come due stecchi avvolti nello zucchero filato.
Gli avrei voluto dire: “Non hai la macchina? Non importa. Vieni che ti porto a casa mia!”
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Un altro Natale
Fuori faceva freddo, ma dentro il locale il termo acceso e
soprattutto il ballo senza inibizioni faceva sentire caldo. Soprattutto
a scaldare il cuore, almeno il mio,
c'era una ragazza che avrà avuto quindici-sedici anni. Alla mia età,
18 anni, si prendono di quelle sbandate...! L'ho vista uscire
accompagnata da un uomo, forse il fratello o magari il suo ragazzino,
ma non volevo nemmeno pensare che fosse 'occupata'. A farla corta, mi
ero innamorato. A prima vista. Aveva i capelli biondi
ricci - una Shirley Temple con alcuni anni in più - e i libri
scolastici tenuti con l'elastico. Per un anno intero non l'ho più
vista, ma quella sera ho fatto "un pochino"
colpo su di lei: alle volte, quando incrociava il mio sguardo mi
sorrideva, e continuava a ballare. Ma quante volte l'ho sognata! Dio,
quante volte! Quando ne parlavo
con i miei amici di Università, loro mi consigliavano di smettere di
pensarla: "Presentimento? Ma dai, scherzi? Semplicemente, si sarà
sposata".
Gli studi e gli esami mi tenevano impegnaoi e smisi di pensarla. Con
i soliti amici, abbiamo deciso di passare un Natale in assoluta
allegria. La città era tutta illuminata
e la voglia di divertirci era tanta, tantissima. Abbiamo deciso di
prendere la macchina di uno di noi e di andare sui viali di
circonvallazione, dove le ragazze erano
sì impellicciate, ma lasciavano scoperto parecchio...Il traffico era
relativamente scarso e potevamo osservare quale ragazza scegliere. Ce
n'era una che nella penombra appariva bellissima, per cui dissi al mio
amico che guidava: "Fermati, che quella mi piace da matti!". Lei viene,
apre il mio sportello. La riconosco: sì, è
proprio lei...i capelli biondi ricci, i libri con l'elastico. Lei mi
fa: "Fa presto, che tocca a te!". "Scusatemi tanto, ragazzi...mi sento
poco bene. Vado a bere un cognachino qui di fronte". E andai a piangere
dietro un albero e quel Natale è finito così. Non mi vergogno a dirlo:
andai a piangere dietro un albero e il mio Natale è finito lì.
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Un fiocco scarlatto
Una fiocco scarlatto sotto l’albero di Natale. Il regalo di mio figlio per la mamma vecchia. Lo colgo. Lo abbraccio. Ed improvviso un ballo. Ascolto la sua voce. Risuona di puzzle.
Adoro i puzzles. Quanti ne ho realizzati nei miei novant’anni. Il primo me lo sono regalato per i miei quarant’anni. Mille pezzi. Un paesaggio di montagna, che non avevo mai visto dal vivo. Ma tessera dopo tessera, sono arrivata sulle Dolomiti.
Non vedo l’ora che arrivi il Natale, mentre immagino il soggetto che dovrò ricomporre. Mio figlio mi trova spensierata. Gli salterei addosso e lo pregherei di farmi aprire il regalo adesso.
Mentre rientriamo dalla Santa Messa di mezzanotte inizia a nevicare. Sono calamitata verso quell’unico pacco per me. Ci scambiamo i doni, io e mio figlio. Strappo voracemente la carta sotto a suoi gli occhi stupiti e spaventati.
Un’esplosione di colore schizza fuori dalla carta. “Vaso con dodici girasoli”. Mi manca il respiro. Vincent Van Gogh a casa mia.
Mio figlio insiste per mettermi a letto. È tardi. Ma faccio i capricci e voglio giocare con il puzzle. Mi sorveglia e mi tocca dormire.
La neve continua a scendere.
All’alba ha raggiungo mezzo metro. Così nessuno si muove e verrà a disturbarmi.
Preparo un tavolino e una cornice dove riunirò il quadro destinato alla mia galleria d’arte a pezzi.
Dove inizio? Dal contorno? Troppo facile. Così lo finirai in tre giorni. Non aver fretta. Goditelo, forse sarà l’ultimo.
Cerco frammenti rigati di arancione ed azzurro. Li unisco con un po’ di emozione.
Mio figlio mi interrompe sgridandomi. Non ho fatto colazione e sono in camicia da notte tra i diciotto gradi della sala. Mi copre con la vestaglia di pile e mi porta in cucina dove mi scalda un caffèlatte.
Eccomi Vincent. Dov’ero? Ah! La striscia si interrompe per far posto al vaso. Una nuova riga separa un ocra arancio da un giallo limone. Qui nasce la sua firma.
«Il colore è adoperato in modo da esprimermi con più fervore».
Mi giro verso mio figlio «Mi hai chiamato?»
«No. Vedo che ti piace il regalo. Sai l’ho preso in una bancarella da un tipo stravagante che sosteneva di aver conosciuto l’autore… Mah! Io vado a spalare.»
Riprendo la costruzione del vaso. Finito. Ora smetto. Altrimenti domani che farò?
«Non mi devo fermare, altrimenti sono morto!».
So di essere sola e di aver sentito una voce.
«Chi sei? Ce l’hai con me?»
«Mi ricordi una signora del mio quadro “I mangiatori di patate”» dice Vincent mentre esce dal puzzle incompiuto.
Mi siedo. Forse sono morta.
«Posso aiutarti?» continua lui.
«Non ho mai voluto costruire un puzzle con qualcuno. Ma credo che farò un’eccezione.»
Il pomeriggio di Natale scivola via parlando della vita come pittura. Gli racconto di come è famoso, di quanto valgono i suoi quadri ammirati nei musei del mondo.
Lui sorride pensandosi ricco «E dire che mi bastava la salute, un po’ di pane, le stelle...»
«Ti ascolterei all’infinito!»
«Sai questa tua casa, l’interno bianco, il pavimento a mattonelle rosse: mi ricordano la mia di Arles. Mi sento vivo e mi piacerebbe dipingere. E aiutandoti nel puzzle è come se lo facessi... Perché ridi?»«Mi sento un po’ svitata. Io, qui, a parlare con te…»
«Molti pittori sono malati di mente e anch’io resterò sempre mezzo svitato.»
«Non è che andiamo troppo in fretta?» gli chiedo fissando l’immagine che prende corpo.
«Le mani sono guidate dalle sensazioni e si lavora senza avvedersene».E senza che me ne accorga il puzzle è finito. Dodici girasoli, avvizziti, nobili, dai petali che paiono fiammelle.
So che lo ricomporrò. Voglio che Vincent torni a farmi compagnia con qualche altra storia di Parigi, di Arles…
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