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MessaggioInviato: Mar Set 09, 2008 2:27 am Rispondi citando Back to top

Quello che dice la gente

Il silenzio che regna in questo posto, è interrotto solamente dal rumore dei miei passi che schiacciano il ghiaino bianco del vialetto. Alti cipressi si allungano verso il cielo, facendosi accarezzare da un lieve soffio di vento.
Il cielo è di un grigio opaco, a tinta unica, da sembrare quasi sfuocato. Scende silenzioso sulle costruzioni basse in marmo e sasso, in una triste e disordinata sfilata di grigi e neri.
Le sbiadite chiome dei fiori recisi, si piegano alle incostanti attenzioni di quelli che restano, pensando di essere ancora vivi.
Sento su di me centinaia di sguardi: sbarrati, corrucciati, allegri, piatti. Rinchiusi in un ovale di ceramica, fermi a guardare il tempo che scorre lento, silenzioso, implacabile.
Anche per Stefano è così. Rinchiuso in quella foto, accanto a quel che resta di un mazzo di fiori secchi. Il suo viso è rimasto come allora. Profonde rughe d’espressione a solcargli un viso invecchiato prima del tempo, bruciato dal sole e crepato dal freddo. Il suo sguardo è triste, come lo era anche la sua esistenza. Senza il sostegno di una famiglia, che era meglio non avere, prendi quello che ti capita. Quello che in quel momento, può sembrare più opportuno ad un ragazzo dall’animo semplice. Appena lo stato gli ha permesso di farlo, si è buttato nel mondo dei grandi. Diventando grande per forza, senza avere il tempo di crescere.
Mi piace pensare che l’unico punto fermo della sua breve e tormentata vita, fossero i suoi amici. Quelli che non lo giudicavano nell’aspetto o lo sfottevano nel sentirlo parlare. I suoi amici, quelli che lo portavano a casa quando non ce la faceva da solo e non gli permettevano di prendere la macchina, perché conoscevano il suo segreto. Non un segreto inconfessabile, ma un problema, di cui però si vergognava. Una malattia che non sapeva di avere, ma che di malattia si tratta. Così, quando qualcuno dei suoi amici lo trovava assopito, semisvenuto o pesantemente addormentato, sapeva cosa doveva fare, senza tante domande. Senza dare tante spiegazioni a chi, anche conoscendo il problema, non avrebbe capito. Quelli che si limitavano a sparlare e giudicare, senza provare a capire, senza pensare che poteva esserci qualcosa di diverso dall’essere ubriachi. Frasi fatte, dette a mezza bocca con lo sguardo strafottente di chi si sente superiore, perché a loro non è mai successo, oppure è successo e gli succede ancora, ma gli piace mentire a se stessi e agli altri.
“Guarda lì, è ancora ubriaco”.
“E’ talmente fuori che non si regge neanche in piedi”.
“Ah, prima o poi ce la fa ad ammazzare qualcuno”.
Questo è quello che diceva la gente e purtroppo un po’ avevano ragione, perché alla fine è riuscito ad ammazzare qualcuno.
In un giorno d’estate, uno di quei giorni in cui non fa mai giorno, ha voluto sfidare il suo segreto, fingendo che non fosse reale. Un giro in macchina, facendo quello che amava di più nella vita, sentirsi libero. Era solo in macchina quando si è addormentato andando fuori strada. Si è schiantato nel freddo cemento di un viadotto. E solo è rimasto, fino a quando lo hanno trovato, avvolto dalle lamiere.
Quando l’ho visto per l’ultima volta per il riconoscimento, il suo viso non era quello di tutte le foto, era diverso. Non più tirato, nervoso, accigliato, con le labbra strette come per trattenersi nel dire qualcosa. Quando l’ho visto per l’ultima volta il suo viso era rilassato, felice, in pace con se stesso.
Mi piace pensare che sia morto felice, sorridendo nel sonno, proprio come facciamo tutti quando facciamo un bel sogno. Quando in sogno fantastichiamo di realizzare quello che abbiamo nel cuore, senza che nessuno te lo possa impedire.
Mi piace pensare che stesse sognando di viaggiare libero, senza il suo segreto addosso. Senza preoccupazioni, svincolato da ogni giudizio, libero da qualsiasi pensiero. Senza quel problema che faceva parlare tanta gente. Senza quel problema che è una malattia, chiamata narcolessia.



N.B Questo racconto è di proprietà del leggittimo autore, pubblicato in questo forum in licenza creative commons.
Il testo non riporta i crediti del leggittimo proprietario perchè partecipa al concorso A-Zine che, come da regolamento, prevede l'assenza dell'autore.
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MessaggioInviato: Mar Set 09, 2008 2:28 am Rispondi citando Back to top

Salsa & meringa

Eccola. Di nuovo. Come ogni giorno.
Varca la soglia della cucina e inizia a volteggiare tra i tavoli: "Buonasera, signore", dice. Oppure: "Cosa le porto stasera?", o ancora "Abbiamo un ottimo vino della casa". E di nuovo, riprende il viaggio.
Il suo non è un camminare: è uno sfilare, un ancheggiare di fianchi, un andamento sussultorio di seni che discretamente accompagnano il movimento del corpo, ipnotizzandoti. "Per antipasto, signore, abbiamo un soufflè di baci e carezze assolutamente squisito", ma certo signorina, faccia di me quello che vuole signorina, mi fido ciecamente di lei signorina.
Ma cieco non sei e allora non puoi fare a meno di guardarla mentre si aggira tra i tavoli e li evita con grazia, sorreggendo vassoi e piatti con estrema avvenenza e competenza.
Il suo non è un camminare: è un ballare.
Danza tra i tavoli. Eccola di nuovo: trasportata dalle note di un appassionato tango, sorride e ammicca ai clienti, prende le ordinazioni e riparte piroettando con figure sempre nuove e sempre più leggere. Ha i capelli raccolti in un delizioso chignon, gli occhi scuri e impassibili. Indossa un soffio di nero e le mani. Quelle sue mani, carnali e sensuali, capaci di afferrare l'aria: sono quelle mani che la sospingono da un lato all'altro della milonga. "Le posso consigliare il nostro squisito risotto ai capezzoli di mare?" et voilà, mezzo giro con planeo e via verso la cucina. Si ferma un attimo, cambio di fronte con cunita e in sospensione attende il nuovo ordine. "Un piatto di patatine fritte con salsa di libidine", mezzo giro con patadas e si incunea in un altro strettissimo corridoio. Mani, ancora mani ma stavolta lascive, la sfiorano; occhi bramosi la scrutano. Arrastre con voleo, versa dell'ambrosia e attende che Zeus la rapisca. Ma Zeus non arriva e lei scompare, d'incanto, dietro la porta della cucina.
Appare nuovamente. È raffinata e il suo viso altero. I capelli costretti in una crocchia, abito lungo, turchese, da gran gala.
Il suo non è un camminare: è un volare.
Scivola tra i tavoli, trascinata ora da un delicato valzer. Ha un'esitazione, ti guarda, “ostriche veraci con contorno di spermatozoi”, poi cambia direzione, ancora i suoi occhi, un hesitation incrociato, un inchino e si ritira. Asciuga accuratamente le mani sul grembiule e riprende a danzare.
Torna per il dolce e questa volta sono audaci evoluzioni a ritmo di rock. "Che ne dice di questo pompino sbriciolato alla marijuana di bosco?", non chiedo di meglio, signorina: sesso, droga e rock and roll. E sono lanci e prese e avvitamenti e capriole e salti mortali e quelle gambe lunghe, lunghe che saltano sui tavoli e si lanciano nel vuoto e poi si ritirano e scalciano al ritmo ondulatorio dei miei ormoni, decimo grado della scala Richter, unico epicentro: il mio pene devastato. Un penicentro.
E dopo il dolce, il caffè.
Si scatena in un flamenco appassionato, caldo, sensuale. "Quanto zucchero vuole leccare, signore?" e le mani battono ta ta ta e tengono il ritmo ta ta ta sempre più indiavolato, ta ta ta e le dita schioccano ta e la rossa gonna si alza ta ta e i capelli si sciolgono ta ta ta e le vanno davanti agli occhi ta. Ma gli occhi sono chiusi, non guarda dove va, non ha bisogno di vedere dove mette i piedi. È l’istinto che la guida ta ta ta la sua sfrenata carica sessuale ta ta ta: e io sono lì ta ta che l'aspetto ta. E lei viene verso di me ta ta e batte furiosamente i piedi ta ta ta e si alza un manto di polvere che tutta l’avvolge ta e io finalmente posso farle quello che ho sempre desiderato ta ta. Le faccio lo sgambetto e lei cade col culo per terra. Ta.



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MessaggioInviato: Mar Set 09, 2008 2:28 am Rispondi citando Back to top

Tu

Da un brivido tra le lenzuola sei nato tu.
Resto a coprirmi. Apro gli occhi.
A piccoli passi ti vedo scendere nel fresco tra granelli di sabbia ed onde.
Rotoli senza suono nel bianco, celeste e rosa. Riprendi fiato tra strisce e vortici. Sotto il tuo corpo ed i capelli d'acqua e sale scivola la calma a tenerti disteso. Per poco, lo so.
Bocca imbronciata mi sorridi in nuvola di piume e polvere di cristallo.
È carta da zucchero e farina di favole.
Per carezza hai il giglio di mare tra dita di riverbero ed unghie di medusa.
Cerco le tue braccia d'ulivo al sole assente.
Tu con piedi in croce posi lo sguardo sulla danza delle prime ore.
Arpeggi nel gioco muto: tintinnii e vibrazioni e nenie soffiano senza suono dalla tua bocca da scaldare.
Tu, viso negato, tu, riposo su sabbia, rilassi il giovane corpo di rami di fichi.
Ho voglia di accarezzarti i capelli, di sentire le vertigini, il calore che sale.
Sei in un odore di bosco bruciato, povera terra mia!
Fai scorrere coriandoli di sabbia e schizzi di mare.
Poi stringi bacche di mirto.
Sollevi un canto come un gitano una gonna.
Sei sirena e fianco, sei cantore e sospiro e nota di chitarra battente.
Hai negli occhi i primi raggi: le iridi aprono ventagli di rame su foglie di mandorlo e vite.
Tra ciglia di felce stringi occhi nuovi.
Il profilo del tuo naso è il limite del vallone ai lecci.
Respiri i castagni alle colline ed io spalanco la finestra su di te.
Vorrei poggiare il mio profilo al tuo. La mia fronte alla tua.
Socchiudo gli occhi per sentirti.
Sbircio.
I rami del mandarlo tirano su i sipari del sole e le luci gialle sono nel celeste, lo sbiancano.
Tu sollevi la tammorra: i sonagli di latta vibrano al passaggio della poiana e allo strillo del gabbiano.
La tammorra rotonda è il sole.
E tu, tu sei il mio nuovo giorno.



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MessaggioInviato: Mar Set 09, 2008 2:29 am Rispondi citando Back to top

Una visita inattesa


“ Il cielo di un azzurro terso, sembrava che ritraesse dal mare la sua immagine e
viceversa.
Le nuvole che dall’orizzonte avanzavano, assumevano l’aspetto d’isole vaganti
che, sospinte dal vento, le trasformava in vele.
Gli uccelli, volavano attraverso esse, penetrandone il mistero,
di cui si racconta, che le anime le abitano e si vestono d’immagini cangianti
e vaporose .”

Steso sulla sabbia della piccola spiaggia deserta, seguitavo a leggere l’incipit di un libro comprato il giorno prima su una bancarella. Sorridevo per le cazzate che a volte si scrivono, quando, d’istinto guardai il cielo. In un certo senso dovetti convenire con quanto avevo appena letto, le nuvole erano proprio come vele bianche sospinte dal vento. Nel rincorrersi una aveva cambiato forma assumendo quello del viso di una donna, sembrava che ridesse, ebbi l’impressione d’ascoltarne la voce. Mi sbagliavo, una voce c’era, ma non proveniva dal cielo, era a pochi metri da me. Mi drizzai in piedi, una ragazza bella e con la voce dolce, mi chiamò per nome venendomi incontro, dicendomi che era venuta a cercarmi.
Sorpreso, domandai se non si fosse sbagliata, ma dovetti arrendermi all’evidenza.
La mia amica Asia, le aveva detto, dove trascorrevo le vacanze. Così, poiché anche lei avrebbe trascorso le sue sull’isola, aveva pensato d’inviarmi tramite lei i suoi saluti. La cosa non mi dispiaceva, anzi.
La visita di una bella ragazza come Silvia, era il nome col quale si era presentata, non poteva che farmi piacere, anche se devo dire che, la coincidenza mi parve alquanto strana.
“Come aveva fatto a sapere che io mi trovavo proprio in quel punto?” L’isola non era piccola, e lungo le sue coste c’erano un’infinità di spiagge; avrei dovuto solo lasciare indicazioni all’hotel per informarla del luogo in cui ero. Ed era proprio questo il punto, io non avevo lasciato detto nulla. Non sapevo neppure io che mi sarei recato là.
“Chi era?”
La guardavo e mi sembrava d’averla già vista, su tutto il suo sorriso.
Si sedette accanto a me e iniziò a raccontarmi di lei, senza che io le ponessi domande; quasi mi leggesse nel pensiero, sì, poiché rispondeva a quello che io pensavo e quando mi domandai da dove proveniva, lei rispose:
- Vorrei poterti rispondere, ma non ricordo, almeno per il momento.
La guardai incuriosito, volevo aggiungere: “Come fai per leggere nel mio pensiero?” Ebbi appena il tempo di formulare mentalmente la domanda che, lei disse:
- Vorrei saperlo anch’io, ma non lo so. I tuoi pensieri hanno una voce.
- Una voce? Ma i pensieri non hanno voce!
- Non per me, io li sento anche quando poco fa stavi steso, sorridevi e guardavi, le nuvole.
- Allora mi spiavi? Aggiunsi scherzando.
- Non proprio, la cosa era reciproca. Rispose lei seria.
- Mi dici come hai fatto a trovarmi in un posto di cui non conoscevo neppure io l’esistenza fino a trenta minuti fa?
- Sono giunta qua attraverso il tuo pensiero, ti ho sentito chiamarmi.
- Chiamarti? Ma se non sapevo neppure della tua esistenza!
- Eppure mi guardavi.
- Ti guardavo? Ma quando?
- Poco fa, prima che a mia volta ti chiamassi.
- Continuo a non capire.
- Se ci pensi bene capirai …
Silvia indirizzò lo sguardo al cielo, io feci la stessa cosa e quando mi girai, era scomparsa. La cosa mi stupì ancora una volta, mi guardai intorno, non c’era nessuno. Guardai di nuovo il cielo pensando all’ultima frase che mi aveva detto.
Stranamente la nuvola che stavo osservando prima che lei giungesse, non aveva cambiato forma, si leggeva ancora il sorriso, quello di una donna a cui ormai, potevo dare forse un nome …


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