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Autore Messaggio
John_Nefastis
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Registrato: Sep 08, 2008
Messaggi: 31

MessaggioInviato: Lun Set 08, 2008 6:41 pm Rispondi citando Back to top

Memorie per un pubblico in miniatura




Fu una corsa lunga in una stradina angusta quella dell’ultimo giorno di scuola, correvamo contendendoci lo spazio a gomitate, Fede e io, finalmente lontani dalle scosse dei tre e dal riverbero dell’aula, e mi venne in mente che è proprio a questo punto che si comincia a sentire lo shock, quando si inizia a dimenticarlo.
Correva più veloce di me. Correva e parlava con entusiasmo, interrompendosi soltanto per prendere fiato o per soffiare via il sudore dal labbro.
«Non pensare che ci voglia una montatura complicata, sono pesci delicati, appena sentono che l’esca è troppo pesante abbandonano. Non mangiano»
Descrisse l’intero processo con dovizia di particolari, accarezzando certe parole, scegliendole con cura.
«L’amo lo devi prendere piccolo, non deve vedersi. Ci infili due grani di mais, uno opposto all’altro, così il è boccone perfetto»
Avevo trovato una vecchia canna da pesca abbandonata sull’argine del Brenta. Costava parecchi soldi una canna da pesca nuova, e a quei tempi i regali di compleanno erano maglioni di lana o confezioni di mutande in offerta. Il padre di Fede in garage ne aveva decine di canne appese al muro, e una vecchia credenza impolverata coi cassetti pieni di piombini, galleggianti, forbici e rocchetti di lenza.
Di corsa fino a casa, via i jeans e la camicia a mezze maniche. La pastasciutta mangiata che più veloce non si poteva. E poi in sella alla bicicletta, giù di corsa al lago, con addosso i pantaloncini e i sandali di plastica.
La strada sterrata e piena di buche che attraversava la zona industriale e terminava poco prima della recinzione. Bisognava che uno dei due alzasse la rete mentre l’altro ci scivolava sotto strisciando con la schiena sull’erba, tirandosi dietro la bicicletta. Si arrivava dentro un bosco e bisognava fare una cinquantina di metri a piedi prima di raggiungere la riva. Dietro agli alberi fremeva il massiccio lavoro delle fabbriche, un traffico frenetico di merci, con argani e carrelli elevatori in movimento sui piani di carico che si infilavano nelle aperture numerate, e container ammassati su piazzali di cemento smisurati, da non crederci quanto erano grossi, e i come-si-chiamano, i carroponti che spostavano carichi dondolanti nell’afa piena di sole.
Un caldo pazzesco e quel lago pieno di zanzare.
Fede lasciò scivolare la lenza in acqua e si posizionò su di una specie di pensilina. Io mi sistemai in un punto dove la riva era un poco più bassa.
Dopo che Fede lanciava era come se qualcosa nel suo cervello si disattivasse. Rimaneva in silenzio, con gli occhi fissi sul galleggiante.
Non mi piaceva pescare. O meglio, mi eccitava l’idea di andare a pesca con un amico, ma quando mi trovavo seduto di fronte allo specchio d’acqua, con gli occhi fissi sulla punta fluorescente del galleggiante di sughero mi annoiavo da morire. Tiravo su la canna poco dopo aver lanciato per controllare se qualche pesce aveva mangiucchiato parte dell’esca, e ogni volta che recuperavo la lenza per poi rilanciarla vedevo gli occhi di Fede che mi fissavano quasi volesse rimproverarmi per la mia impazienza. Lui che invece se ne restava immobile senza toccare quasi mai la canna.
Fede aveva un aspetto tra l’ebreo e l’ispanico. Quell’anno era arrivato secondo alle regionali di salto in alto. Aveva un corpo esile, due gambe lunghe e sottili, un fisico che sembrava abituato a funzionare come accessorio della sua testa. Ne dicevano di tutte sul suo aspetto. Fenicottero, sfigato, imbranato, con due occhi sottili e allungati e i sopraccigli trapezoidali. Il più cordiale dei suoi saluti poteva sembrare una smorfia leziosa. Non smetteva mai di assomigliare al secchione miope e intelligente di fine anni Ottanta, povero e irresoluto, che andava a scuola a piedi anche quando pioveva. I placidi anni Ottanta. La gente che vestiva e parlava allo stesso modo e il mondo che era tutto cucine Scavolini, Fiat Uno, apparecchi tv e sorrisi Durbans. “Accidenti, e i denti?” c’eravamo anche noi, dunque lo sappiamo, no?
Mi portavo dietro un marsupio arancione della Converse e ci ficcavo dentro di tutto. Figurine di calciatori, monetine e fazzoletti appallottolati. Il marsupio rispondeva a un bisogno, si rivolgeva direttamente a una richiesta personale. Mi dava la sensazione che là fuori nel mondo dei prodotti, della promozione delle vendite e della creazione dei cataloghi di oggetti dono ci fosse gente che carpiva la natura dei miei puntigliosi bisogni.
«Magna!» disse forte Fede «Magna, magna, magna…»
Alzai lo sguardo sul galleggiante e vidi che non c’era più. L’asticella fluorescente era finita sott’acqua. Diedi uno strattone alla canna e iniziai a recuperare. Era come se l’amo fosse incastrato sul fondo. Tiravo ma non succedeva niente. D’un tratto qualcosa diede un brusco strattone alla lenza e per poco non finii in acqua. Fede corse dietro di me aiutandomi a tenere stretta la canna. Sentivo il suo fiato e l’odore particolare del suo sudore misto al profumo dell’ammorbidente che usava sua madre.
«Piano» diceva «piano, o il filo si spezza»
La punta della canna si piegava così tanto che pareva fosse sul punto di spezzarsi, e quel pesce sott’acqua che lottava. Il suo destino legato a quella canna da pesca che il caso aveva voluto regalarmi.
Le mani di Fede si muovevano con disinvoltura sul mulinello. Allentavano un poco la frizione, recuperavano qualche centimetro di lenza. Le mie si limitavano a starsene incollate sul manico.
Finché smise di tirare. Fiaccato da una lotta che lo aveva sconfitto si lasciò trascinare boccheggiando sul pelo dell’acqua. Fede abbandonò la canna e mi lasciò proseguire.
«Non preoccuparti» disse «la canna non si romperà mai, è fatta apposta»
Lo trascinai a riva e lo tirai su. Per un istante rimase sospeso per aria, tra il pelo dell’acqua e la riva. Fede si chinò e prese uno straccio.
«È una carpa, saranno si e no tre chili, tre chili e mezzo»
La bocca dell’animale aveva i contorni bianchi, e osservandola con attenzione vidi che c’era un altro amo conficcato nel labbro. Un amo e un brandello di lenza spezzato. Qualcun’altro aveva provato a catturare quel pesce e non c’era riuscito.
Quando Fede avvicinò la mano che teneva lo straccio verso la lenza con l’intento di avvicinare la carpa alla riva successe qualcosa che nessuno di noi due si sarebbe mai aspettato. Il pesce diede un colpo con la pinna e si inarcò come una parentesi tonda. La lenza si spezzò e l’animale ricadde in acqua con un tonfo che andava veramente molto al di là di un comune e contenuto splash.
Quella sera Fede rimase a cena da me e si fermò anche a dormire. Mia madre sistemò accanto al mio letto una brandina da campeggio che ci aveva regalato una nostra vicina di casa.
Non parlammo del pesce, né a mia madre durante la cena, né tra di noi prima di addormentarci. Ma nessuno di noi due smise di pensarci per tutta la sera.
«Peccato…» sussurrò Fede rivoltandosi tra le lenzuola in uno scricchiolio di molle.
Poco dopo la zona industriale, dove finiscono i campi e iniziano le fabbriche, ci sono viottoli di terra battuta, piccole case con recinzioni in acciaio anodizzato, ambulanti che vendono frutta e verdura ai lati delle strade e laghi con pesci incatturabili.
Bambini convinti di poter cambiare le cose con la sola forza dello sguardo, che corrono in bicicletta e hanno tibie glabre e sandali di plastica appiccicosi coi sassolini incastrati sopra e sotto la suola. Bambini che immaginano la fine del mondo come un accessorio del proprio scontento. Pesci che spezzano lenze con un solo colpo di pinna. Bambini che perdono la facoltà di saper esistere separati e soli, eppure intimamente connessi, mentalmente collegati a cose distanti. Approdano a nuove fragilità.
Strade di periferia fiancheggiate da palazzine e primi abbozzi di centri commerciali che somigliano a precipitose maratone di cemento e metallo. Edifici squadrati affondati nelle erbacce. Gente che beve aperitivi seduta fuori dagli snack bar in attesa di trovare l’occasione giusta per esercitare i propri doni naturali. Quartieri che cambiano e chiese che rimangono sempre le stesse. Campi da calcio parrocchiali, caldi e pieni di polvere. Un altro pescivendolo, un’altra fotografia che di qui a qualche decennio sembrerà l’emblema di una certa nobile innocenza. Ricordi che cospirano con oggetti di fattura umana. Pesci che spezzano lenze appiattendo il tempo.
Alcune cose migliorano, pensai, ed ebbi come l’impressione che io Fede ci addormentassimo simultaneamente.

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Gatsu
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MessaggioInviato: Lun Set 08, 2008 7:08 pm Rispondi citando Back to top

bello.
molto.

come esordio direi proprio che non c'è male.

recentemente ho letto i racconti di hemingway e ce n'erano alcuni sulla pesca.
non solo per la pesca, il tuo stile me li ha ricordati.

ah, questo racconto va nella sezione "libera".
non preoccuparti: provvederà il nostro angelo custode...

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John_Nefastis
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MessaggioInviato: Lun Set 08, 2008 7:12 pm Rispondi citando Back to top

infatti, mi sa proprio che ho sforato...

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spostata smile

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